Bella, bellissima nell’espressione delle sue forme più imprevedibili tanto quanto spietata nelle serate in cui a prevalere è la logica della sostanza. La pallacanestro è così. Lo svolgimento della trama fra Ruvo e Verona si è risolto nell’affermazione meritata del team scaligero, per quanto ingenerosi nei confronti dei padroni di casa possano essere considerati i contorni marcati del 71-95 impresso sul tabellone all’ultimo suono della sirena. I biancazzurri di coach Rajola si sono sfaldati nel cuore del quarto periodo, proprio quando avrebbero potuto concedersi un esaltante e combattuto rush finale chiedendo il supporto del pubblico sugli spalti del palasport di viale Colombo.
Vittoria importante per Demis Cavina, tecnico della compagine gialloblù da giorni sulla graticola a causa del rendimento esterno altalenante della squadra, al quale non deve certo aver fatto piacere leggere ovunque che sarebbe stato sostituito da Alessandro Ramagli, l’allenatore rimasto al palo in seguito al ritiro di Bergamo dal campionato di A2. Gli stop rimediati con Cividale, Avellino e Cremona hanno riproposto sul tavolo enigmi che potrebbero non essere ritenuti risolti nemmeno dall’autorevole successo in Puglia.
Quanto a Ruvo, la ricerca del “sacro fuoco” smarrito dopo il colpo del Taliercio di Mestre non ha prodotto gli effetti sperati. C’è qualcosa che “sfugge”, specie in termini di intensità difensiva, al netto dell’indiscutibile spessore di Rimini, Libertas Livorno e Verona, le ultime tre avversarie affrontate. Uno spunto di analisi, oltre le statistiche, riguarda la capacità di mettere pressione sulla palla e sulle linee di passaggio, che sembra scesa nelle ultime settimane.
Reale e Ulaneo fra i cinque starter sul fronte ruvese, Mcgee fuori dai partenti del cast veneto a differenza di Johnson, pur indicato come in odore di taglio per far posto a Jarvin Williams (pronto a seguire Ramagli nell’eventualità già descritta). Tutte le differenze di profondità e di qualità sono emerse inesorabilmente già a partire dalla seconda frazione, quando Verona ha confezionato un +17 (20-37) lavorando ai fianchi i contendenti con una difesa curata nei dettagli: dalla “presa in carico” del temuto Russ Smith al contenimento di Borra sul pick and roll centrale alla negazione di qualsiasi isolamento spalle a canestro di Brooks. Non è un caso che la maggiore libertà d’azione abbia consentito all’ottimo Jerkovic di segnare 12 punti nella prima metà della sfida. Un gran bel contributo l’hanno dato anche Reale e Nikolic, fautori del parziale che ha dimezzato il pesante passivo: 35-44 all’intervallo lungo con la Crifowines che non ha compensato le 10 palle perse e il 9-19 a rimbalzo con l’8/18 da due e il 5/9 da tre, dovendo fare anche i conti con gli appena due punti timbrati da Smith.
Per restare a contatto e giocarsela, in soldoni, sarebbe stato fondamentale rimettere a posto il tagliafuori e darsi una regolata con il controllo dei possessi, evitando concessioni benevole ad un collettivo di rango superiore. Il terzo quarto ha restituito alcune di queste credenziali alla partita di Musso e compagni: la terza e ultima tripla di serata griffata Reale è valsa il -8 ma un break di Zampini (cinque in fila) ha ricacciato indietro la formazione ruvese, ostinata nel ricucire con gli squilli degli statunitensi, di Jerkovic e Ulaneo: 52-57 al 27’. La gara, a quel punto, l’ha spaccata tutta d’un tratto il quasi impalpabile Mcgee, con 9 punti consecutivi, e nonostante il canestro di Miccoli al termine del terzo quarto abbia dato il -7 (59-66), l’eloquente 14-28 alle voce rimbalzi ha rappresentato il presagio di una tendenza poi confermata a bocce ferme (17-34).
Brooks ha riportato la situazione sul -5 a inizio del quarto segmento (61-66) e ancora Nikolic, con il canestro del 63-68. La contesa è finita lì, perché Verona ha alzato i giri con uno 0-19, dimostrando di saper fare sul serio: Ambrosin (19 punti per lui), Monaldi e l’ex San Severo Serpilli, con cinque triple complessive, le braccia armate della Tezenis. Titoli di coda anticipati e ricariche di energia psicofisica già attivate in vista di Ruvo-Fortitudo Bologna e Rieti-Verona, gli incroci di domenica. L’impressione emersa dal vivo è che la Scaligera abbia tutte le carte in regola per riportarsi su e lottare per la promozione diretta, a dispetto dell’attuale situazione di classifica. Molto dipenderà dalle scelte che il club compirà a breve: perché non c’è voce circolante nell’ambiente del basket che non abbia un minimo di attendibilità e questo caso non fa eccezione. La salvezza di Ruvo passerà invece per quel cambio di passo non più rinviabile sul piano della gestione dei momenti cruciali e dei diversi ritmi: la coppia di playmaker Reale-Miccoli è chiamata ad una maturazione completa nel breve volgere di poche partite, Smith dovrà essere più continuo di quanto non lo sia mai stato in carriera e c’è bisogno di uno Jacopo Borra in salute per fare legna sotto i tabelloni.
L’ultimo pensiero è nostalgico: raccontare ai tifosi veronesi della leggendaria finale di ritorno della Coppa Korac 1998 a Belgrado vista da più di 50 persone su un maxischermo allestito allo Sporting Club di Bisceglie è una soddisfazione che non ha prezzo. Mi è mancato però il “coraggio” di confessare che ho assistito, al PalaOlimpia e per motivi professionali, al successo sul Barcellona nell’edizione 2000-2001 di Eurolega, il momento più alto dell’esperienza di Verona nella massima competizione continentale. Temo sarebbe finita come in “Tre uomini e una gamba”, con il più classico dei «Non ce la faccio, troppi ricordi…».

