Ironia del destino, in questi giorni ho ripreso la lettura di un saggio di Riccardo Gualdo dall’emblematico titolo “L’italiano dei giornali”. Uno di quei libri che si torna a consultare volentieri, quando è possibile. Il riferimento alla «scrittura difficile, artificiosa e pervasa di un’oscurità lessicale che rasenta il gergo, tanto da meritarsi l’appellativo di “giornalese”» calza a pennello per descrivere il linguaggio utilizzato sui mezzi d’informazione nelle notizie che riguardano le famigerate allerte meteo. Brevi messaggi, quasi tutti simili e quasi sempre riportati integralmente senza alcun bisogno di rielaborazione giornalistica. Di questi tempi, una manna dal cielo.
La loro incidenza rispetto al “feed” delle varie testate, ormai, è tale da non far sembrare più provocatoria l’esortazione a creare una vera e propria categoria di news, come se si trattasse di attualità, cronaca, cultura o sport. Tutti pazzi per l’allerta meteo, specie sui social: pubblicarla assicura molto spesso vantaggi in termini di engagement. Le interazioni salgono a quote considerevoli, tra reazioni (quella più impiegata è la risata) e commenti (quasi esclusivamente negativi). C’è chi addirittura gioisce per un incremento dei numeri che però rischia di abbattere ulteriormente la credibilità già molto a terra degli operatori della comunicazione. A voler essere magnanimi, almeno l’80% delle allerte meteo lanciate in Puglia dalla Protezione Civile si rivelano sproporzionate rispetto alla reale consistenza dei fenomeni atmosferici registrati. Il timore che alla lunga possa prevalere l’effetto “Al lupo al lupo” è fondato e qualcuno lo ha manifestato apertamente. L’impressione è che sempre meno gente prenda sul serio quegli avvisi e, di riflesso, chi li riporta. Occorrerebbe, a questo punto, una valutazione più analitica delle singole allerte, soprattutto di quelle gialle. Credo che i lettori lo meritino, per una questione di rispetto. E penso lo meriti il giornalismo, considerato nel suo complesso.
