Il proliferare di eventi letterari in giro per l’Italia ha assunto connotati sospesi perfettamente in equilibrio fra patologia e comicità involontaria. Perché la lettura, in termini assoluti, non accenna a far registrare quegli incrementi che si potrebbero facilmente immaginare, basandosi semplicemente sul gigantismo dell’offerta di conversazioni e presentazioni.
Il “fenomeno” meriterebbe seri approfondimenti e considerazioni di natura statistica e trattarlo in superficie, quasi empiricamente, risulterà senz’altro insufficiente. L’inclinazione professionale mi porta ad una valutazione (di certo grossolana, ne sono consapevole) della qualità degli eventi proposti attraverso il filtro delle esperienze e sopratutto dell’apertura mentale dei proponenti, ovvero degli organizzatori. La formula, che ho sempre applicato a tutto, è in sostanza: «Quanti ne sanno e quanto ne sanno di quello che fanno?».
Dobbiamo pur sempre tenere conto di vivere in piena era della post-verità, nella quale la forma è nettamente più rilevante della sostanza ed è più importante il modo in cui un avvenimento è “confezionato” del suo effettivo contenuto. Vale per l’informazione, vale per la comunicazione politica e sociale, vale per qualsiasi evento più o meno pubblico. Fateci caso: l’espressione “Grande successo”, nei titoli degli articoli, ormai non si nega più a nessuno.

Poco importa che siano incontri con gli autori praticamente “carbonari” con non più di 20 persone, manifestazioni di partito (di uno su tutti: il Pd) sotto le mentite spoglie di kermesse a tema o mega-calderoni in cui infilare un po’ di tutto.
Il giornalismo, legittimamente e seriamente, dovrebbe porsi delle domande. Questo “sforzo organizzativo” si traduce in un risultato tangibile in termine di vendite? Non esistono modalità alternative di promozione della lettura? Gli “operatori della cultura” veri o presunti possono essere anche equilibrati o devono propendere necessariamente per una parte politica?
Tutti quesiti difficili da porre alle persone che, sentendosi coinvolte, come d’abitudine scappano a gambe levate sottraendosi a qualsiasi tipo di dialogo critico, ovvero a qualunque cosa non sia una finta-intervista (o auto-intervista) e a tutti i momenti possibili di sana riflessione.
Leggere è per tutti ma non è da tutti: richiede tempo e determinazione. Da lettore di decine di volumi l’anno (e ri-lettore di molti altri) mi ha sempre incuriosito il criterio bislacco – ma assolutamente lecito – con cui in determinate organizzazioni si selezionano i partecipanti alle rassegne. Torna l’interrogativo: «Quanti ne sanno e quanto ne sanno di quello che fanno?». Domanda a risposta apertissima perché la convinzione, talvolta anche genuina, di essere in qualche modo dei “depositari esclusivi” di determinate competenze è un elemento caratterizzante di quello che succede. Potrebbe non essere facile convincere un insegnante con due lauree del fatto che anche una persona non laureata (generalmente indicata come “feccia”) sia in grado di sostenere un confronto sullo stato attuale della letteratura in Italia, proponendo temi, argomenti e autori fuori da determinati schemi. Non è detto che taluni lo accettino e la mancanza di disponibilità al confronto è evidente.
La mia esperienza personale di continua esclusione da determinati circuiti è eloquente e aiuta a comprendere perfettamente alcuni meccanismi. Non basta neppure aver dimostrato tutti i giorni, da decenni, di poter svolgere una professione senza dover ringraziare il classico “santo in Paradiso” a fare di me una preziosa risorsa, cosa che sono in diversi altri ambiti e spesso in territori molto lontani da quello in cui opero. La mia libertà è un’aggravante. Tirarsi dentro un’organizzazione culturale una persona mossa dal semplice desiderio spassionato di contribuire a far funzionare le cose senza preconcetti di parte è pericolosissimo. Fingere di promuovere la lettura con manifestazioni stanche, spesso ripetitive, utili solo a soddisfare l’ego di chi le organizza, nel concreto incapaci di produrre utili per i territori e vendite di libri è un esercizio talmente collaudato da non far scalpore. E non suscita sdegno, al massimo qualche sorriso di compatimento, l’inclusione nelle organizzazioni e nei gruppi dei “lettori” di persone che in vita loro, forse, hanno letto due volte la targhetta dell’ascensore e una volta le istruzioni del telecomando del condizionatore. Col cazzo che ci mettiamo uno come Vito Troilo a rovinare l’atmosfera! Come dar loro torto…